PROGETTO VAJONT
I giovani raccontano il Vajont e il diritto/dovere di difendere l’ambiente
Il Comune di Longarone e la Presidenza del Consiglio dei Ministri – Struttura di Missione anniversari nazionali ed eventi sportivi nazionali e internazionali – hanno affidato a RETE ITER il coordinamento di un progetto dedicato ai Racconti delle vicende del Vajont.
GUARDA I VIDEO
In questa newsletter sono raccolte le testimonianze del progetto
RACCONTI DEL VAJONT
STORIA
La ricostruzione essenziale di fatti, antefatti e cause dopo la tragedia del Vajont e fino al processo.
PERSONAGGI
TINA MERLIN
Figlia di contadini, partigiana, cronista.
Corrispondente dell'Unità da Belluno. Nei suoi articoli e nelle sue inchieste raccontò le paure e i dubbi degli abitanti sulla stabilità della diga, ma venne denunciata all'autorità giudiziaria perché i suoi scritti turbavano l'ordine pubblico. Nel 1959 il conte Vittorio Cini, ultimo presidente della SADE, fece denunciare Tina Merlin dai carabinieri di Erto per "diffusione di notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico".
Fu processata e assolta il 30 novembre 1960 perché il fatto non costituiva reato.
Oggi il lavoro di inchiesta che Tina Merlin fece sul Vajont è riconosciuto da tutti ma anche perfino dopo il disastro fu isolata e ignorata. Per anni cercò un editore con cui pubblicare il suo libro "Sulla pelle viva". Lo trovò solo nel 1983, vent'anni dopo il disastro.
Il Vajont era un tema scomodo, perché metteva sotto accusa la classe politica, economica e scientifica del tempo. Lo è ancora, perché parla delle molte catastrofi, anche successive, causate dall'avidità e dalla leggerezza di chi, per "il progresso", è disposto a sacrificare le persone.
L'attualità della sua opera è oggi promossa dall'Associazione culturale Tina Merlin (https://tinamerlin.it/)
Approfondimenti
BIOGRAFIE
1. https://tinamerlin.it/tina-merlin/biografia/
2. https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/tina-merlin
3. https://www.triesteallnews.it/2021/10/tina-merlin-la-voce-inascoltata-della-giornalista-e-partigiana-che-denuncio-la-minaccia-del-vajont/
GLI SCRITTI
https://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/tag/linchiesta-di-tina-merlin/
VIDEO
https://www.google.com/search?sca_esv=5ceeda242c85ec9d&tbm=vid&sxsrf=ACQVn09NCYIiRTB-bQNcedCQzscbzAEsjQ:1706786375806&q=tina+merlin&sa=X&ved=2ahUKEwiJqYzdgoqEAxVIVPEDHS8qDCAQ8ccDegQIaBAD&biw=1366&bih=607&dpr=1#fpstate=ive&vld=cid:66dcd917,vid:z-u6GPo0p70,st:0
Fu processata e assolta il 30 novembre 1960 perché il fatto non costituiva reato.
Oggi il lavoro di inchiesta che Tina Merlin fece sul Vajont è riconosciuto da tutti ma anche perfino dopo il disastro fu isolata e ignorata. Per anni cercò un editore con cui pubblicare il suo libro "Sulla pelle viva". Lo trovò solo nel 1983, vent'anni dopo il disastro.
Il Vajont era un tema scomodo, perché metteva sotto accusa la classe politica, economica e scientifica del tempo. Lo è ancora, perché parla delle molte catastrofi, anche successive, causate dall'avidità e dalla leggerezza di chi, per "il progresso", è disposto a sacrificare le persone.
L'attualità della sua opera è oggi promossa dall'Associazione culturale Tina Merlin (https://tinamerlin.it/)
Approfondimenti
BIOGRAFIE
1. https://tinamerlin.it/tina-merlin/biografia/
2. https://www.enciclopediadelledonne.it/edd.nsf/biografie/tina-merlin
3. https://www.triesteallnews.it/2021/10/tina-merlin-la-voce-inascoltata-della-giornalista-e-partigiana-che-denuncio-la-minaccia-del-vajont/
GLI SCRITTI
https://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/tag/linchiesta-di-tina-merlin/
VIDEO
https://www.google.com/search?sca_esv=5ceeda242c85ec9d&tbm=vid&sxsrf=ACQVn09NCYIiRTB-bQNcedCQzscbzAEsjQ:1706786375806&q=tina+merlin&sa=X&ved=2ahUKEwiJqYzdgoqEAxVIVPEDHS8qDCAQ8ccDegQIaBAD&biw=1366&bih=607&dpr=1#fpstate=ive&vld=cid:66dcd917,vid:z-u6GPo0p70,st:0
MARCO PAOLINI
A lungo il Vajont è stato rimosso dalla memoria collettiva, come una storia con cui sembrava che nessuno volesse fare i conti. Sono stati Marco Paolini e Gabriele Vacis con la loro “orazione civile” a restituire il Vajont alla memoria collettiva con il monologo recitato da Paolini sul palcoscenico della diga e trasmesso dalla Rai il 9 ottobre del 1997.
“Per 35 anni non ho mai parlato del Vajont, anzi, non ho mai pronunciato quel nome (…) Il Vajont è stata per anni una tragedia dimenticata; con i morti abbiamo seppellito subito anche i nostri ricordi. Finché non è arrivato Marco Paolini, con il suo monologo che ha saputo smuovere le coscienze e far tornare in molti la voglia di ricordare.”
Un sopravvissuto (cfr. https://ytali.com/2016/10/07/vajont-9-ottobre-63-lodore-di-quella-maledetta-sera/) racconta così quello che è accaduto a tutti: nessuno ha più parlato di quella sera, i genitori non hanno spiegato ai figli e i figli non hanno avuto il coraggio di chiedere ai genitori. Lo stesso era accaduto a chi aveva vissuto i campi di stermino.
Molto è cambiato dopo il 9 ottobre 1997 quando, sui luoghi della tragedia, Marco Paolini mette in scena il suo "Il Racconto del Vajont". Fu visto da oltre 3,5 milioni di persone: il più grande evento teatrale della nostra storia di italiani.
Nel 60° anniversario Paolini ha realizzato, con Marco Martinelli, drammaturgo e regista del Teatro delle Albe, VajontS 23, azione corale di teatro civile messa in scena in contemporanea in 130 teatri dall’Alto Adige alla Sicilia e anche all’estero. Sono stati coinvolti 1200 luoghi informali tra scuole, biblioteche, quartieri, parrocchie, circoli sortivi, carceri e oltre 4 mila narratori. Il racconto di quel che accadde allora si moltiplica in tanti altri racconti per richiamare l’attenzione su quel che potrebbe accadere o non ha mai smesso di ripetersi in ogni parte del mondo: come se l’essere umano in questi decenni non avesse imparato niente.
Approfondimenti
LO SPETTACOLO DEL 1997
1. Versione integrale: https://www.youtube.com/watch?v=q7CarpRflzs
2. Riassunto e analisi: https://www.docsity.com/it/riassunto-e-analisi-de-il-racconto-del-vajont-di-marco-paolini/5684985/
3. Paolini lo commenta: https://www.tuttomondonews.it/vajont-racconto-marco-paolini-earth-day/
4. Una intervista di Diego Bianchi: https://www.la7.it/propagandalive/podcast/lintervista-a-marco-paolini-19-09-2023-503611
QUELLO DEL 2023
1. Una presentazione: https://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2023/10/06/news/marco_paolini_duemila_voci_per_ricordare_la_tragedia_del_vajont_e_riflettere_sulle_sorti_del_pianeta-
417074127/
2. Una rappresentazione, a Genova: https://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2023/10/06/news/marco_paolini_duemila_voci_per_ricordare_la_tragedia_del_vajont_e_riflettere_sulle_sorti_del_pianeta-417074127/
“Per 35 anni non ho mai parlato del Vajont, anzi, non ho mai pronunciato quel nome (…) Il Vajont è stata per anni una tragedia dimenticata; con i morti abbiamo seppellito subito anche i nostri ricordi. Finché non è arrivato Marco Paolini, con il suo monologo che ha saputo smuovere le coscienze e far tornare in molti la voglia di ricordare.”
Un sopravvissuto (cfr. https://ytali.com/2016/10/07/vajont-9-ottobre-63-lodore-di-quella-maledetta-sera/) racconta così quello che è accaduto a tutti: nessuno ha più parlato di quella sera, i genitori non hanno spiegato ai figli e i figli non hanno avuto il coraggio di chiedere ai genitori. Lo stesso era accaduto a chi aveva vissuto i campi di stermino.
Molto è cambiato dopo il 9 ottobre 1997 quando, sui luoghi della tragedia, Marco Paolini mette in scena il suo "Il Racconto del Vajont". Fu visto da oltre 3,5 milioni di persone: il più grande evento teatrale della nostra storia di italiani.
Nel 60° anniversario Paolini ha realizzato, con Marco Martinelli, drammaturgo e regista del Teatro delle Albe, VajontS 23, azione corale di teatro civile messa in scena in contemporanea in 130 teatri dall’Alto Adige alla Sicilia e anche all’estero. Sono stati coinvolti 1200 luoghi informali tra scuole, biblioteche, quartieri, parrocchie, circoli sortivi, carceri e oltre 4 mila narratori. Il racconto di quel che accadde allora si moltiplica in tanti altri racconti per richiamare l’attenzione su quel che potrebbe accadere o non ha mai smesso di ripetersi in ogni parte del mondo: come se l’essere umano in questi decenni non avesse imparato niente.
Approfondimenti
LO SPETTACOLO DEL 1997
1. Versione integrale: https://www.youtube.com/watch?v=q7CarpRflzs
2. Riassunto e analisi: https://www.docsity.com/it/riassunto-e-analisi-de-il-racconto-del-vajont-di-marco-paolini/5684985/
3. Paolini lo commenta: https://www.tuttomondonews.it/vajont-racconto-marco-paolini-earth-day/
4. Una intervista di Diego Bianchi: https://www.la7.it/propagandalive/podcast/lintervista-a-marco-paolini-19-09-2023-503611
QUELLO DEL 2023
1. Una presentazione: https://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2023/10/06/news/marco_paolini_duemila_voci_per_ricordare_la_tragedia_del_vajont_e_riflettere_sulle_sorti_del_pianeta-
417074127/
2. Una rappresentazione, a Genova: https://www.repubblica.it/spettacoli/teatro-danza/2023/10/06/news/marco_paolini_duemila_voci_per_ricordare_la_tragedia_del_vajont_e_riflettere_sulle_sorti_del_pianeta-417074127/
SADE
La SADE, Società Adriatica Di Elettricità, era una compagnia idroelettrica privata fondata nel 1905 da Giuseppe Volpi (in seguito Volpi di Misurata, conte).
Negli anni ’20 la SADE individua un sito perfetto per ospitare un nuovo lago artificiale. È una profonda gola nelle Prealpi a confine tra Veneto e Friuli: la valle del Vajont, dal nome del torrente che bagna la vallata. La nuova struttura serviva alla compagnia come bacino di riserva dal quale attingere nei periodi di siccità del fiume Piave che conferiva acqua a tutti gli altri impianti del Veneto.
Con l’avvento del fascismo , Volpi di Misurata, riesce a strappare un posto nel governo Mussolini come ministro delle Finanze e come uno dei suoi primi atti riesce a convincere il Duce a varare una legge che conferisce finanziamenti del 50% a fondo perduto ai costruttori di nuovi impianti idroelettrici, quindi anche alla sua società.
Il progetto della diga è del 1940 ma verrà approvato solo settembre 1943 con l’Italia nel caos e senza neanche aver raggiunto il numero legale per la votazione.
È n questo modo disonesto che la SADE, dopo la caduta del regime, riesce ad ottenere il beneplacito per iniziare la costruzione.
Quando apre il cantiere nella valle, espropria ai contadini di Erto e Casso, il paese situato sulla punta del monte Toc, i terreni sui versanti delle due montagne pagandoli a prezzi stracciati oppure, per chi non cede alle offerte in denaro, applica la vendita forzosa. Inoltre spinge in avanti i lavori di costruzione della diga anche se le autorizzazioni ministeriali non sono ancora state concesse.
Partita nel 1905 con un capitale di 300 mila lire, nel 1960 la SADE è diventata una holding che controlla altre dieci società ed è valutata 95,4 miliardi di lire.
La storia giudiziaria del disastro ha confermato che la frana crollata nel lago del Vajont era prevedibile. Per anni, invece, la società che aveva costruito la diga ha tenuto nascosti i risultati delle indagini tecniche sulla tenuta e sulla stabilità del bacino; ha scelto di credere alle ipotesi scientifiche meno allarmistiche; ha continuato a riempire il lago nonostante le proteste degli abitanti e i preoccupanti segni di cedimento della montagna. Quando ha capito di aver osato più del dovuto, era troppo tardi.
La SADE confluirà nella Montedison, ma prima, nel 1962, anno della nazionalizzazione dell’energia elettrica, sarà assorbita dall’ENEL. Tutti i dirigenti, progettisti e tecnici della SADE passeranno all’ENEL.
Approfondimenti
-Come la SADE causò il disastro: https://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/71861-vajont-storia-di-una-strage-di-stato-dimenticata.html
-Le lotte e le denunce popolari contro la SADE: https://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/la-sade-spadroneggia-ma-i-montanari-si-difendono/
-Un disastro prevedibile: https://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/la-sade-sapeva/
Negli anni ’20 la SADE individua un sito perfetto per ospitare un nuovo lago artificiale. È una profonda gola nelle Prealpi a confine tra Veneto e Friuli: la valle del Vajont, dal nome del torrente che bagna la vallata. La nuova struttura serviva alla compagnia come bacino di riserva dal quale attingere nei periodi di siccità del fiume Piave che conferiva acqua a tutti gli altri impianti del Veneto.
Con l’avvento del fascismo , Volpi di Misurata, riesce a strappare un posto nel governo Mussolini come ministro delle Finanze e come uno dei suoi primi atti riesce a convincere il Duce a varare una legge che conferisce finanziamenti del 50% a fondo perduto ai costruttori di nuovi impianti idroelettrici, quindi anche alla sua società.
Il progetto della diga è del 1940 ma verrà approvato solo settembre 1943 con l’Italia nel caos e senza neanche aver raggiunto il numero legale per la votazione.
È n questo modo disonesto che la SADE, dopo la caduta del regime, riesce ad ottenere il beneplacito per iniziare la costruzione.
Quando apre il cantiere nella valle, espropria ai contadini di Erto e Casso, il paese situato sulla punta del monte Toc, i terreni sui versanti delle due montagne pagandoli a prezzi stracciati oppure, per chi non cede alle offerte in denaro, applica la vendita forzosa. Inoltre spinge in avanti i lavori di costruzione della diga anche se le autorizzazioni ministeriali non sono ancora state concesse.
Partita nel 1905 con un capitale di 300 mila lire, nel 1960 la SADE è diventata una holding che controlla altre dieci società ed è valutata 95,4 miliardi di lire.
La storia giudiziaria del disastro ha confermato che la frana crollata nel lago del Vajont era prevedibile. Per anni, invece, la società che aveva costruito la diga ha tenuto nascosti i risultati delle indagini tecniche sulla tenuta e sulla stabilità del bacino; ha scelto di credere alle ipotesi scientifiche meno allarmistiche; ha continuato a riempire il lago nonostante le proteste degli abitanti e i preoccupanti segni di cedimento della montagna. Quando ha capito di aver osato più del dovuto, era troppo tardi.
La SADE confluirà nella Montedison, ma prima, nel 1962, anno della nazionalizzazione dell’energia elettrica, sarà assorbita dall’ENEL. Tutti i dirigenti, progettisti e tecnici della SADE passeranno all’ENEL.
Approfondimenti
-Come la SADE causò il disastro: https://www.antimafiaduemila.com/home/di-la-tua/239-parla/71861-vajont-storia-di-una-strage-di-stato-dimenticata.html
-Le lotte e le denunce popolari contro la SADE: https://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/la-sade-spadroneggia-ma-i-montanari-si-difendono/
-Un disastro prevedibile: https://temi.repubblica.it/corrierealpi-diga-del-vajont-1963-2013-il-cinquantenario/la-sade-sapeva/
VOLPI DI MISURATA
Uno degli “inventori” della Mostra del Cinema di Venezia come del Polo industriale di Porto Marghera. Massone, nel 1905 investe tutti i suoi soldi, fatti con importazione del tabacco, nell’energia elettrica che in quel periodo era il futuro, fonda la SADE “Società Adriatica di Elettricità”.
Iscritto al Partito Nazionale Fascista (PNF) dal 1922, nello stesso anno diventa senatore del regno. Governatore della Tripolitania fino al 1925, ottiene come ricompensa dal regime il titolo nobiliare di conte di Misurata. Dal 1925 al 1928 è ministro delle Finanze.
Proprio in quegli stessi anni il governo fascista vara una legge che regolamenta le acque e gli impianti elettrici e che concede importanti agevolazioni alle società idroelettriche, di cui approfitta anche la SADE.
Membro del Gran Consiglio del Fascismo gli archivi ne ricordano il voto favorevole alle Leggi Razziali, grazie alle quali divenne presidente delle Generali, il colosso assicurativo, al posto di Edgardo Morpurgo che dovette rassegnare le dimissioni perché ebreo.
Approfondimenti
Breve storia di un uomo di potere
- https://www.histouring.com/personaggi-storici/giuseppe-volpi-di-misurata/
- https://www.treccani.it/enciclopedia/gli-uomini-capitali-il-gruppo-veneziano-volpi-cini-e-gli-altri_(Storia-di-Venezia)/
Iscritto al Partito Nazionale Fascista (PNF) dal 1922, nello stesso anno diventa senatore del regno. Governatore della Tripolitania fino al 1925, ottiene come ricompensa dal regime il titolo nobiliare di conte di Misurata. Dal 1925 al 1928 è ministro delle Finanze.
Proprio in quegli stessi anni il governo fascista vara una legge che regolamenta le acque e gli impianti elettrici e che concede importanti agevolazioni alle società idroelettriche, di cui approfitta anche la SADE.
Membro del Gran Consiglio del Fascismo gli archivi ne ricordano il voto favorevole alle Leggi Razziali, grazie alle quali divenne presidente delle Generali, il colosso assicurativo, al posto di Edgardo Morpurgo che dovette rassegnare le dimissioni perché ebreo.
Approfondimenti
Breve storia di un uomo di potere
- https://www.histouring.com/personaggi-storici/giuseppe-volpi-di-misurata/
- https://www.treccani.it/enciclopedia/gli-uomini-capitali-il-gruppo-veneziano-volpi-cini-e-gli-altri_(Storia-di-Venezia)/
VITTORIO CINI
Vittorio Cini gettò le basi per la costruzione di Porto Marghera. Voleva trasformare Venezia, sua città d’adozione, non più in un museo a cielo aperto ma in un nuovo centro di benessere economico. Fu anche senatore del Regno D’Italia, parlamentare e Ministro delle Comunicazioni con Mussolini. Dopo la morte del figlio Giorgio per un incidente aereo nel 1949, chiese allo stato la concessione di un’intera isola, L’isola di San Giorgio, dove istituì la Fondazione Giorgio Cini. La morte del figlio lo mandò in crisi tanto da farlo allontanare dalla Massoneria per avvicinarsi all’ordine dei Gesuiti. Dopo anni ritornò agli affari prendendo l’incarico di Presidenza della SADE.
Fu Presidente della SADE dal 1953 al 1964 quando fu nazionalizzata e acquisita dall’ENEL. Fu accusato e portato in giudizio per truffa concernente il passaggio dell’impianto del Vajont dalla SADE all’ENEL. Gli fu riconosciuta l’assenza di ogni responsabilità per il suo compito di conduzione puramente finanziaria della SADE. Anni dopo e dopo numerosi dibattiti e processi, le cause della tragedia, furono ricondotte ai progettisti e dirigenti della SADE, ente gestore dell’opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono la non idoneità dei versanti del bacino, a rischio idrogeologico. Fin dall’inizio dei lavori di costruzione della diga, i geologi avevano giudicato i versanti della montagna non idonei a sopportare una tale diga, in quanto erano già presenti segni di frane precedenti.
Approfondimenti
Tina Merlin contro Vittorio Cini
https://lampoon.it/articolo/09/10/2023/tina-merlin-la-prima-giornalista-a-denunciare-il-disastro-del-vajont-contro-vittorio-cini/
L’arringa di Sandro Canestrini, avvocato di familiari delle vittime, il 29 settembre 1969
https://storiamestre.it/2019/03/arringa-sul-vajont-1969/
La biografia curata da Fondazione Cini
https://www.vittoriocini.it/pdf/vcini.pdf
Fu Presidente della SADE dal 1953 al 1964 quando fu nazionalizzata e acquisita dall’ENEL. Fu accusato e portato in giudizio per truffa concernente il passaggio dell’impianto del Vajont dalla SADE all’ENEL. Gli fu riconosciuta l’assenza di ogni responsabilità per il suo compito di conduzione puramente finanziaria della SADE. Anni dopo e dopo numerosi dibattiti e processi, le cause della tragedia, furono ricondotte ai progettisti e dirigenti della SADE, ente gestore dell’opera fino alla nazionalizzazione, i quali occultarono la non idoneità dei versanti del bacino, a rischio idrogeologico. Fin dall’inizio dei lavori di costruzione della diga, i geologi avevano giudicato i versanti della montagna non idonei a sopportare una tale diga, in quanto erano già presenti segni di frane precedenti.
Approfondimenti
Tina Merlin contro Vittorio Cini
https://lampoon.it/articolo/09/10/2023/tina-merlin-la-prima-giornalista-a-denunciare-il-disastro-del-vajont-contro-vittorio-cini/
L’arringa di Sandro Canestrini, avvocato di familiari delle vittime, il 29 settembre 1969
https://storiamestre.it/2019/03/arringa-sul-vajont-1969/
La biografia curata da Fondazione Cini
https://www.vittoriocini.it/pdf/vcini.pdf
BIADENE
Morì a Venezia nel 1985, sempre convinto di aver svolto il proprio dovere come tecnico alle dipendenze della SADE, senza riconoscersi specifiche responsabilità sul disastro. Non a caso e coerentemente il 17 maggio 1972 aveva presentato la domanda di grazia al presidente Giovanni Leone (che era stato il capo degli avvocati Enel-Sade al processo) sostenendo l'imprevedibilità del disastro.
La condanna era stata di un totale di ben 5 anni! La sentenza lo aveva riconosciuto definitivamente responsabile del disastro d'inondazione aggravata dalla previsione dell'evento, e degli omicidi. Biadene Venne condannato a cinque anni di reclusione (due per il disastro e tre per gli omicidi), di cui tre condonati dall'amnistia per motivi di salute.
Purtroppo per lui fu scarcerato solo nel maggio successivo per buona condotta. Infatti nei 2 anni di detenzione era “un detenuto modello, alloggiato in una confortevole cella con un detenuto che gli faceva da domestico. Riceveva ogni giorno visite della moglie e viveri dall'Enel-Sade, contrariamente agli altri detenuti che godevano di tali diritti una volta a settimana” (https://it.wikipedia.org/wiki/AlbericoBiadene).
Sempre fedele servitore degli ideali e degli interessi dalla Sade prima, della SADE ENEL dopo non poteva, probabilmente, rimproverarsi di aver anteposti questi a quelli di altri. Succede, non di rado, a questi “servitori dello Stato” (inteso come “lo Stato siamo noi”). Anche a Norimberga qualcuno era convito in coscienza di essere sostanzialmente/moralmente innocente.
La condanna era stata di un totale di ben 5 anni! La sentenza lo aveva riconosciuto definitivamente responsabile del disastro d'inondazione aggravata dalla previsione dell'evento, e degli omicidi. Biadene Venne condannato a cinque anni di reclusione (due per il disastro e tre per gli omicidi), di cui tre condonati dall'amnistia per motivi di salute.
Purtroppo per lui fu scarcerato solo nel maggio successivo per buona condotta. Infatti nei 2 anni di detenzione era “un detenuto modello, alloggiato in una confortevole cella con un detenuto che gli faceva da domestico. Riceveva ogni giorno visite della moglie e viveri dall'Enel-Sade, contrariamente agli altri detenuti che godevano di tali diritti una volta a settimana” (https://it.wikipedia.org/wiki/AlbericoBiadene).
Sempre fedele servitore degli ideali e degli interessi dalla Sade prima, della SADE ENEL dopo non poteva, probabilmente, rimproverarsi di aver anteposti questi a quelli di altri. Succede, non di rado, a questi “servitori dello Stato” (inteso come “lo Stato siamo noi”). Anche a Norimberga qualcuno era convito in coscienza di essere sostanzialmente/moralmente innocente.
PAROLE CHIAVE
ACQUA
Sono trascorsi sessant’anni dalla tragedia della diga del Vajont ma sembra che questo episodio, come i mille altri susseguitisi, nel nostro paese come nel mondo – e aventi come minimo comun denominatore il fatto di essere stati sempre provocati da un intervento violento dell’uomo sulla natura e sul paesaggio circostanti – non siano stati sufficienti a sviluppare, a livello globale, una maggiore consapevolezza della necessità di un equilibrio nella nostra relazione con l’ambiente.
L’emergenza idrica che attanaglia particolarmente il nord Italia, ma anche l’eterno problema della dispersione all’interno della rete idrica nazionale, ci chiamano a una riflessione sul valore e sulla preziosità di quell’insostituibile risorsa chiamata acqua.
Se negli anni Novanta la domanda con cui Marco Paolini apriva il suo potente monologo era: «Quanto pesa un metro cubo di acqua?», oggi forse dovremmo chiederci: «Quanto vale un metro cubo di acqua?».
L’emergenza idrica che attanaglia particolarmente il nord Italia, ma anche l’eterno problema della dispersione all’interno della rete idrica nazionale, ci chiamano a una riflessione sul valore e sulla preziosità di quell’insostituibile risorsa chiamata acqua.
Se negli anni Novanta la domanda con cui Marco Paolini apriva il suo potente monologo era: «Quanto pesa un metro cubo di acqua?», oggi forse dovremmo chiederci: «Quanto vale un metro cubo di acqua?».
LE NERTE
VENDITRICI AMBULANTI DI LEGNO INTAGLIATO
Nel 1962 un documentario di Giuseppe Taffarel scritto da Andrea Barbato (disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=ZZL4GD7F43A) racconta la vita, il lavoro, le speranze, le abitudini, i valori delle donne di Erto. Racconta di donne che da sole hanno viaggiato, lavorato e lottato per la propria famiglia. Le nerte sono venditrici ambulanti: originarie solitamente di Erto e Casso, viaggiano trasportando la gerla contenente utensili di legno costruiti dagli uomini.
Conducono una vita umile, dormendo nei fienili e mangiando tutto ciò che è disponibile per risparmiare i loro magri guadagni. Il documentario segue una di queste donne nel suo lungo viaggio. Pochi mesi dopo la conclusione delle riprese, anche queste vite furono cancellate.
Nel 1962 un documentario di Giuseppe Taffarel scritto da Andrea Barbato (disponibile qui: https://www.youtube.com/watch?v=ZZL4GD7F43A) racconta la vita, il lavoro, le speranze, le abitudini, i valori delle donne di Erto. Racconta di donne che da sole hanno viaggiato, lavorato e lottato per la propria famiglia. Le nerte sono venditrici ambulanti: originarie solitamente di Erto e Casso, viaggiano trasportando la gerla contenente utensili di legno costruiti dagli uomini.
Conducono una vita umile, dormendo nei fienili e mangiando tutto ciò che è disponibile per risparmiare i loro magri guadagni. Il documentario segue una di queste donne nel suo lungo viaggio. Pochi mesi dopo la conclusione delle riprese, anche queste vite furono cancellate.
I VINTI DI SEMPRE
Ne "Il mondo dei vinti" Nuto Revelli propone i racconti/intervista di 270 contadini e montanari delle valli cuneesi: i vinti di sempre.
Si parla di Piemonte ma sembrano storie dalla Valle del Vajont: la fame, il lavoro infantile, l'emigrazione, le guerre insensate, la convivenza tra partigiani e nazifascisti. E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che sfigura il paesaggio. Il ritratto della condizione umana di una minoranza costretta a lasciare il proprio ambiente e i propri modelli di vita diventa lo specchio di una società malata, la denuncia dell'incapacità di ordinare in modo civile trasformazioni epocali che hanno assunto dimensioni drammatiche, dal Veneto alla Calabria.
Ovunque la montagna se non viene super sfruttata o industrializzata, è lasciata al suo destino di frantumata povertà. Se non viene cementificata per favorire il turismo cittadino, abbandonata, cade a pezzi. Mentre le grandi aziende trasformano il contadino in carne da fabbrica, i flussi migratori aggiungono nuove povertà.
Si parla di Piemonte ma sembrano storie dalla Valle del Vajont: la fame, il lavoro infantile, l'emigrazione, le guerre insensate, la convivenza tra partigiani e nazifascisti. E poi l'abbandono delle montagne, l'avvento di un nuovo mondo: l'industria, i grandi allevamenti, il turismo che sfigura il paesaggio. Il ritratto della condizione umana di una minoranza costretta a lasciare il proprio ambiente e i propri modelli di vita diventa lo specchio di una società malata, la denuncia dell'incapacità di ordinare in modo civile trasformazioni epocali che hanno assunto dimensioni drammatiche, dal Veneto alla Calabria.
Ovunque la montagna se non viene super sfruttata o industrializzata, è lasciata al suo destino di frantumata povertà. Se non viene cementificata per favorire il turismo cittadino, abbandonata, cade a pezzi. Mentre le grandi aziende trasformano il contadino in carne da fabbrica, i flussi migratori aggiungono nuove povertà.
MOBILITÀ DOLCE
“Un giorno, quando le Dolomiti saranno tutte un autodromo, la loro poesia andrà a farsi benedire”
Così scriveva Dino Buzzati nel 1952 e aveva parzialmente ragione. Parzialmente perché concentrarsi sulle sole Dolomiti è allo stesso tempo troppo generico e troppo limitato. Infatti, se da un lato tra le Dolomiti esistono ancora oggi valli poco frequentate, dall’altro negli ultimi settant’anni gli “autodromi” hanno raggiunto altre località alpine e si sono espansi anche lungo la dorsale appenninica.
Quando, nei mesi di grande afflusso turistico, le città si riversano nelle vallate montane, (…) è (…) inevitabile (la) concentrazione di automezzi.
La poesia in questo modo diminuisce, così come si riduce notevolmente il valore dell’esperienza di chi sale in montagna alla ricerca di sprazzi di quiete, oppure (…) si abbassa la qualità della vita di chi abita in montagna.
La mobilità dolce può essere un antidoto all’eccessiva concentrazione di veicoli; uno dei piloni da posare per costruire una pianificazione turistico-territoriale rinnovata. Molto interessante è il progetto Trekking con Treno che, come si legge nel sito, “vuole essere un invito a riscoprire a piedi o in bicicletta il paesaggio, la natura e i personaggi di un territorio ricco di storia, guidati dagli accompagnatori volontari del CAI, da raggiungere con il treno, in un’ottica di ecosostenibilità dei trasporti. Ampio e variegato il programma dei trekking lungo i sentieri dell’Appennino fino agli orizzonti della Pianura, passando per le dolci colline”.
Rinunciare all’automobile non è (ma) incentivare (..) la mobilità dolce può essere un primo, grande, passo per offrire una nuova veste alle nostre montagne.
Nb il testo è tratto da: https://www.instagram.com/p/C2rMwHctcib/. Nella pagina Instagram – Altorilievo (altorilievo.vdm) – l'antropologo Pietro Lacasella si interroga e discute riguardo numerose questioni di attualità legate al futuro della montagna con una particolare attenzione ai cambiamenti climatici
Così scriveva Dino Buzzati nel 1952 e aveva parzialmente ragione. Parzialmente perché concentrarsi sulle sole Dolomiti è allo stesso tempo troppo generico e troppo limitato. Infatti, se da un lato tra le Dolomiti esistono ancora oggi valli poco frequentate, dall’altro negli ultimi settant’anni gli “autodromi” hanno raggiunto altre località alpine e si sono espansi anche lungo la dorsale appenninica.
Quando, nei mesi di grande afflusso turistico, le città si riversano nelle vallate montane, (…) è (…) inevitabile (la) concentrazione di automezzi.
La poesia in questo modo diminuisce, così come si riduce notevolmente il valore dell’esperienza di chi sale in montagna alla ricerca di sprazzi di quiete, oppure (…) si abbassa la qualità della vita di chi abita in montagna.
La mobilità dolce può essere un antidoto all’eccessiva concentrazione di veicoli; uno dei piloni da posare per costruire una pianificazione turistico-territoriale rinnovata. Molto interessante è il progetto Trekking con Treno che, come si legge nel sito, “vuole essere un invito a riscoprire a piedi o in bicicletta il paesaggio, la natura e i personaggi di un territorio ricco di storia, guidati dagli accompagnatori volontari del CAI, da raggiungere con il treno, in un’ottica di ecosostenibilità dei trasporti. Ampio e variegato il programma dei trekking lungo i sentieri dell’Appennino fino agli orizzonti della Pianura, passando per le dolci colline”.
Rinunciare all’automobile non è (ma) incentivare (..) la mobilità dolce può essere un primo, grande, passo per offrire una nuova veste alle nostre montagne.
Nb il testo è tratto da: https://www.instagram.com/p/C2rMwHctcib/. Nella pagina Instagram – Altorilievo (altorilievo.vdm) – l'antropologo Pietro Lacasella si interroga e discute riguardo numerose questioni di attualità legate al futuro della montagna con una particolare attenzione ai cambiamenti climatici
SCIENZA, ARROGANZA, DISUGUAGLIANZE
Nella storia del Vajont si mescolano tecnologia e scienza, precauzione e profitto, modernizzazione e potere.
Gli studiosi parlano di Antropocene per indicare una nuova era nella quale gli umani sono diventati una forza geologica capace di cambiare i cicli bio-geo-chimici del pianeta. Nel Vajont gli umani hanno spostato le montagne, come fossero una forza geologica. E se l’Antropocene fa rima con la crisi ecologica, il Vajont spiega con la durezza di una strage che il dominio degli umani sul pianeta assomiglia ad un arrogante e autodistruttivo delirio di onnipotenza.
Vista dal Vajont e dalle tante periferie dove i poveri e i subalterni sono intrappolati, più che l’Antropocene sembra di vedere il Wasteocene, l’era degli scarti (dall’inglese waste che significa rifiuto). A differenza dell’Antropocene che parla di una umanità avida e arrogante, colpevole della crisi ecologica, il Wasteocene non appiattisce le diseguaglianze, non cede al racconto facile che mette tutti sulla stessa barca e con le stesse responsabilità.
Al Vajont non vediamo l’arroganza di specie ma l’oppressione di un modo di produrre e consumare che riproduce ineguaglianze, separando chi vale da chi non vale niente.
Abbiamo preferito dimenticare il Vajont o magari ricordarlo con la neutralità del lutto ufficiale, come se chiedere giustizia fosse una reazione scomposta, inadeguata, “estremista”. Invece non si può uscire dalla crisi ecologica con gli strumenti che l’hanno provocata; non si può salvare il pianeta salvando il benessere di pochi; non si può fare ecologia senza giustizia sociale.
Gli studiosi parlano di Antropocene per indicare una nuova era nella quale gli umani sono diventati una forza geologica capace di cambiare i cicli bio-geo-chimici del pianeta. Nel Vajont gli umani hanno spostato le montagne, come fossero una forza geologica. E se l’Antropocene fa rima con la crisi ecologica, il Vajont spiega con la durezza di una strage che il dominio degli umani sul pianeta assomiglia ad un arrogante e autodistruttivo delirio di onnipotenza.
Vista dal Vajont e dalle tante periferie dove i poveri e i subalterni sono intrappolati, più che l’Antropocene sembra di vedere il Wasteocene, l’era degli scarti (dall’inglese waste che significa rifiuto). A differenza dell’Antropocene che parla di una umanità avida e arrogante, colpevole della crisi ecologica, il Wasteocene non appiattisce le diseguaglianze, non cede al racconto facile che mette tutti sulla stessa barca e con le stesse responsabilità.
Al Vajont non vediamo l’arroganza di specie ma l’oppressione di un modo di produrre e consumare che riproduce ineguaglianze, separando chi vale da chi non vale niente.
Abbiamo preferito dimenticare il Vajont o magari ricordarlo con la neutralità del lutto ufficiale, come se chiedere giustizia fosse una reazione scomposta, inadeguata, “estremista”. Invece non si può uscire dalla crisi ecologica con gli strumenti che l’hanno provocata; non si può salvare il pianeta salvando il benessere di pochi; non si può fare ecologia senza giustizia sociale.
LEGALITÀ E GIUSTIZIA
Sull’Unità, Tina Merlin scrive “col cuore stretto dai rimorsi per non aver fatto di più per indurre il popolo di queste terre a ribellarsi alla minaccia mortale che ora è diventata una tragica realtà. Oggi tuttavia non si può soltanto piangere. È tempo di imparare qualcosa”.
Ma non lo abbiamo imparato. Le stragi del profitto sono proseguite senza sosta. Moby Prince, Viareggio, ThyssenKrupp, Rigopiano, Eternit, Ponte Morandi, Mottarone, Terra dei Fuochi sono solo alcune di esse, senza contare, nel solo anno scorso, i 1.041 morti, i 585.356 incidenti sul lavoro e le 72.754 patologie di origine professionale denunciate (dati INAIL 2023).
Ma non lo abbiamo imparato. Le stragi del profitto sono proseguite senza sosta. Moby Prince, Viareggio, ThyssenKrupp, Rigopiano, Eternit, Ponte Morandi, Mottarone, Terra dei Fuochi sono solo alcune di esse, senza contare, nel solo anno scorso, i 1.041 morti, i 585.356 incidenti sul lavoro e le 72.754 patologie di origine professionale denunciate (dati INAIL 2023).
HEIDI E IL MONTANARO CIVICUS
"Kill Heidi" è il titolo di un libro di Sergio Reolon, presidente della Provincia di Belluno fino al 2009. Il mito di Heidi, con la sua immagine bucolica e stereotipata di una montagna che non esiste ostacola lo sviluppo di una politica credibile per i territori montani. Dobbiamo uccidere Heidi, è la tesi, "perché è il simbolo della subalternità verso la metropoli urbana e della spogliazione della dignità dei montanari” che guarda- falsa e stereotipata- il mondo della montagna con l'occhio del cittadino o, peggio, del ceto medio borghese di un tempo. Il mito di Heidi contrappone l’ambiente montano virtuoso con quello cittadino vizioso riproducendo “l’antico paradigma della letteratura romantica”.
È ideologia. Invece la montagna è spazio di vita, identità, senso di appartenenza, motore/opportunità di sviluppo vero.
Ci sarebbe bisogno di una “Politica” che non si occupi di montagna in un’ottica cittadina o industriale, che non lasci spazio a nessun tipo di speculazione, che sappia costruire reti di cooperazione fra i territori, abbandonando localismi e invidie stupide e perdenti: che sappia contrastare “atteggiamenti di difesa nei confronti del ‘mondo di ieri’ che poco potranno incidere nel rilancio economico e sociale delle terre alte”.
La profondità raggiunta dalle disuguaglianze richiede un ripensamento drastico: dentro questo nuovo patto sociale vanno ripensati pure i rapporti fra i territori, fra le aree urbane e quelle rurali, fra la città e la montagna. È compito della “politica” ma è, nello stesso tempo, responsabilità di chi vive in montagna e che, appunto, non è Heidi né nessuno dei suoi stucchevoli compagni di cartone.
Reolon si diverte a proporre 4 tipi umani di “montanaro reale”:
•Montanaro Localista: ragiona sulla base di preconcetti radicati nella nostalgia di un passato molto immaginato
•Montanaro Scompaginato: vive fra le sue montagne senza nemmeno conoscere il nome delle cime e senza aver mai avuto il che poi bisogno di chiedere a qualcuno o informarsi sul loro nome)
•Non Montanaro: ha una visione abbastanza ampia e aperta ma senza conoscere né vivere la montagna
•Montanaro Civicus: ha avuto la fortuna di viaggiare e ha l’apertura mentale per lasciarsi contagiare.
È quest’ultimo che può uccidere Heidi. Solo lui.
Ci sarebbe bisogno di una “Politica” che non si occupi di montagna in un’ottica cittadina o industriale, che non lasci spazio a nessun tipo di speculazione, che sappia costruire reti di cooperazione fra i territori, abbandonando localismi e invidie stupide e perdenti: che sappia contrastare “atteggiamenti di difesa nei confronti del ‘mondo di ieri’ che poco potranno incidere nel rilancio economico e sociale delle terre alte”.
La profondità raggiunta dalle disuguaglianze richiede un ripensamento drastico: dentro questo nuovo patto sociale vanno ripensati pure i rapporti fra i territori, fra le aree urbane e quelle rurali, fra la città e la montagna. È compito della “politica” ma è, nello stesso tempo, responsabilità di chi vive in montagna e che, appunto, non è Heidi né nessuno dei suoi stucchevoli compagni di cartone.
Reolon si diverte a proporre 4 tipi umani di “montanaro reale”:
•Montanaro Localista: ragiona sulla base di preconcetti radicati nella nostalgia di un passato molto immaginato
•Montanaro Scompaginato: vive fra le sue montagne senza nemmeno conoscere il nome delle cime e senza aver mai avuto il che poi bisogno di chiedere a qualcuno o informarsi sul loro nome)
•Non Montanaro: ha una visione abbastanza ampia e aperta ma senza conoscere né vivere la montagna
•Montanaro Civicus: ha avuto la fortuna di viaggiare e ha l’apertura mentale per lasciarsi contagiare.
È quest’ultimo che può uccidere Heidi. Solo lui.
SCIENZA DI CITTADINANZA
Citizen Science e Post-normal Science sono 2 modelli, molto diversi tra loro, con cui, nella comunità scientifica si prova, da pochi anni, ad applicare almeno alcuni degli insegnamenti di eventi come quello del Vajont.
Seguono (molto più il secondo che il primo modello) il principio secondo cui la scienza funziona quando è libera dai compromessi col potere politico e quando sta dalla parte di chi è marginale. Entrambe allestiscono reti di expertise costituite da cittadini convinte che in contesti ad alta incertezza gli esperti debbano consultare la comunità interessata dal problema scientifico che si pongono.
Se questo principio si fosse usato sul Vajont non sarebbe avvenuta la strage. A quei tempi dimostrare che la montagna fosse crollata per evento prevedibile non poteva essere semplice ma ancora oggi la dinamica è sempre la stessa: l’onere della prova spetta alla vittima.
Se vivi davanti a un petrolchimico spetta a te dimostrare che il cancro che ti è venuto sia dovuto all’impianto inquinante, non alla multinazionale dimostrare che le sue attività non hanno impatto sulla salute. Tutto ciò nel contesto di una enorme sproporzione di mezzi: perché la Sade ieri e le grandi aziende oggi hanno dalla loro parte il meglio dell’accademia, gli avvocati più forti e poi le leggi, le regole, le burocrazie, in Italia come altrove.
Seguono (molto più il secondo che il primo modello) il principio secondo cui la scienza funziona quando è libera dai compromessi col potere politico e quando sta dalla parte di chi è marginale. Entrambe allestiscono reti di expertise costituite da cittadini convinte che in contesti ad alta incertezza gli esperti debbano consultare la comunità interessata dal problema scientifico che si pongono.
Se questo principio si fosse usato sul Vajont non sarebbe avvenuta la strage. A quei tempi dimostrare che la montagna fosse crollata per evento prevedibile non poteva essere semplice ma ancora oggi la dinamica è sempre la stessa: l’onere della prova spetta alla vittima.
Se vivi davanti a un petrolchimico spetta a te dimostrare che il cancro che ti è venuto sia dovuto all’impianto inquinante, non alla multinazionale dimostrare che le sue attività non hanno impatto sulla salute. Tutto ciò nel contesto di una enorme sproporzione di mezzi: perché la Sade ieri e le grandi aziende oggi hanno dalla loro parte il meglio dell’accademia, gli avvocati più forti e poi le leggi, le regole, le burocrazie, in Italia come altrove.